IL TRAGICO RAPPORTO TRA UOMO E TECNICA


Quando il tempo non era ancora stato inventato e la Terra doveva ancora essere plasmata, esistevano gli dèi, essi unirono gli elementi del cosmo per generare finalmente la vita.

Fu allora che le divinità diedero il compito ai fratelli Epimeteo e Prometeo di dare alle creature appena nate le giuste facoltà per vivere nel mondo appena sorto.

Epimeteo prese in carico questo compito e assegnò ad alcune creature la forza, ma non la velocità. Altre invece erano veloci ma deboli. Ad alcune conferì delle armi, ad altre delle ali per volare o delle tane per nascondersi sottoterra.

Alcune furono ricoperte di peli, altre di piume, altre ancora di scaglie o squame.

Molte mangiavano erba, poche mangiavano la carne degli altri animali.

Epimeteo costruì un equilibrio all’interno della natura appena sorta: le bestie potevano difendersi dagli eventi climatici, mangiare, cacciare, nascondersi, scappare, volare, nuotare e difendersi. Ogni creatura era specializzata in qualcosa ed era incapace in altre.

Al termine della sua distribuzione Epimeteo si rese conto di aver dimenticato di specializzare gli umani, che restavano lì, nudi e inermi, in attesa che qualcuno gli donasse artigli, zanne, pinne o ali.

Prometeo si accorse della svista del fratello ma ormai il danno era fatto e presto l’uomo sarebbe dovuto andare a vivere nel mondo. In cerca di una soluzione Prometeo decise di recarsi dagli dèi per rubare loro la Sapienza della tecnica e insieme ad essa il fuoco; poi donò tutto agli uomini consentendogli un futuro fiorente.

All’uomo furono dunque concessi doni riservati solo alle divinità, è per questo che molto presto fecero sorgere altari in loro onore.

Utilizzando quei doni per sopravvivere nella natura si fecero svegli e cominciarono a inventare e costruire sistemi complessi come il linguaggio; strumenti fondamentali come i vestiti, le abitazioni, le armi e infine pratiche di sussistenza quali l’agricoltura e l’allevamento.

Prometeo viene a vedere la distribuzione, e si accorge che tutte le razze erano convenientemente fornite di tutto, mentre l’uomo era ignudo, scalzo, scoperto e inerme.


In questo mito Platone racconta un uomo fragile che ottiene come dono una scintilla divina. Attraverso questo dono inaspettato l’uomo ha saputo superare la sua condizione naturale originale, ovvero una condizione di costante precarietà e fragilità.

Grazie ai doni di Prometeo l’uomo ha saputo superare i limiti biologici che gli impedivano di gareggiare alla pari con gli altri animali.

La sapienza della tecnica ha quindi fatto sì che l’uomo imparasse a modificare la natura per superare le sue mancanze e avvicinarsi invece ad un nuovo modo di vivere: costruire strumenti e ambienti artificiali in cui rifugiarsi per poter continuare a scoprire ed inventare con tutta calma. I risultati saranno esponenziali.

Da questo mito deriva un’idea molto importante che sarà uno dei temi filosofici principali in tutta la storia del pensiero: l’uomo è inevitabilmente legato alla produzione tecnica.

Al fine di superare quelle mancanze che caratterizzano la condizione umana l’uomo ha cominciato ad utilizzare l’ingegno per sopravvivere sempre meglio all’interno dell’ambiente.

Inizialmente si trattava di costruire cose semplici: dato che la mano non era in grado di tagliare l’uomo cominciò a prendere delle pietre e a lavorarle per renderle taglienti, con questi oggetti appuntiti sarebbe stato in grado di facilitare non solo le sue battute di caccia, ma anche la lavorazione delle pelli degli animali cacciati.

Attraverso gli strumenti l’uomo ha quindi saputo integrare nella sua vita quelle capacità che la natura non gli ha fornito, potenziare le capacità che già possedeva e di conseguenza agevolare la sua vita permettendogli di faticare meno.

Lentamente l’arsenale di invenzioni cresceva e la vita umana migliorava: l’uomo stava modificando efficientemente la natura per costruire un ambiente fatto su misura per lui. Vivere nella natura incontaminata è da sempre stato un problema, così l’uomo utilizzò le sue energie mentali per produrre strumenti molto raffinati che gli consentirono di costruire un mondo tutto suo.

Senza uno schema innato di movimento e comportamento (e ciò negli animali significa “istinto”), per carenza di specifici organi e istinti […] nel suo habitus istintivamente insicuro, egli è chiamato all’azione, alla modificazione intelligente di qualsivoglia condizione naturale incontrata.



Moltissimi autori definiscono quindi la tecnica come l’insieme di mezzi (strumenti) e capacità (mentali) attraverso i quali l’uomo piega la natura al suo servizio. Il filosofo e sociologo Arthur Gehlen sostiene con una frase ad effetto che la tecnica è la seconda natura dell’uomo.

L’evoluzione dell’uomo e della tecnica fu molto lenta, non dovrebbe essere facile isolarsi dalla natura che ci ha creato e tentare di domarla. Sta di fatto che con il passare del tempo l’uomo costruì le città, imparò a coltivare, a produrre strumenti sempre più complessi e a dominare sempre meglio la natura circostante.

Il progresso umano cominciava a diventare sempre più veloce, l’uomo non aveva intenzione di fermare la sua cavalcata verso una vita di facilitazioni. Aveva già fatto grandissimi passi avanti rispetto al passato ma nemmeno lui poteva prevedere quello che avrebbe portato la rivoluzione scientifica.


La definizione di tecnica si basa sulla volontà dell’essere umano di dominare la natura al fine sopperire a quelle mancanze biologiche originarie e sostituirle con una nuova natura artificiale ideata e progettata dall’umano stesso.

Inizialmente l’agire tecnico dell’uomo mirava a produrre gli elementi essenziali per la sua sopravvivenza mantenendo comunque come riferimento la natura stessa all’interno del quale egli era nato e cresciuto: di conseguenza le coltivazioni seguono il divenire delle stagioni, le mappe e le bussole sono tarate sulla base delle stelle e i mulini funzionano grazie ai venti che soffiano.

Tra il secolo XVI e XVII in Europa prese piede la rivoluzione scientifica; fu un cambiamento totale dell’uso della tecnica che ebbe ripercussioni drastiche sia sull’uomo che sulla natura stessa.

Se nel periodo precedente all’epoca moderna l’uomo utilizzava la natura come supporto alle sue costruzioni tecnologiche in questo periodo la natura comincia ad essere brutalmente sfruttata:

Moltissimi filosofi come Heidegger, Jonas o Anders hanno evidenziato come il rapporto tra uomo, tecnica e natura si sia evoluto sviluppando delle problematiche. L’essere umano infatti è passato da una tecnica improntata a scoprire e valorizzare i meccanismi della natura ad una tecnica che mira ad un vero e proprio dominio (bestand).

Il lavoro del contadino non provoca il terreno, bensì affida la semina alle forze della crescita. Nel Frattempo, tuttavia, anche la lavorazione della terra si è convertita nel medesimo ordinare che assegna l’aria all’azoto.



Nell’ antichità e nel medioevo la tecnica era considerata inferiore alla teoria, la prima serviva a produrre strumenti utili, la seconda mirava ad indagare la natura. Nell’età moderna invece, tecnica e teoria si uniscono per dare origine alla scienza sperimentale, un metodo per individuare le leggi che governano il mondo. Tali leggi verranno poi confermate o smentite attraverso gli esperimenti.

Quindi con l’avvento della modernità l’uomo capisce che la natura può essere sfruttata attraverso la scienza al fine di migliorare ulteriormente la sua vita.

In pochi secoli dalla nascita della scienza sperimentale vennero create macchine che assorbono energia dalla natura e la immagazzinano per far funzionare invenzioni sempre più complesse. Signore e signori, ecco a voi il progresso.

La scienza e la tecnica portarono così all’invenzione di complessi macchinari meccanizzati che divennero il fulcro dell’industria. Tutt’oggi questo legame è indissolubile, tutto ciò che permette agli uomini di produrre e di guadagnare è inevitabilmente frutto del rapporto tra tecnica, scienza e industria. Da questo stretto rapporto nasce così la società dei consumi.


Il dominio dell’uomo nei confronti della natura deriva dall’incapacità biologica di poter vivere in un ambiente totalmente naturale.

La strada dell’uomo verso un costante progresso lo ha portato a sviluppare quello che Anders chiama dislivello prometeico: non siamo più in grado di prevedere dove ci porterà questa ossessiva capacità di produrre strumenti, macchine e invenzioni che richiedono sempre più energia.

Allo stesso tempo la scienza e la tecnica producono delle tecnologie che sono sempre più performanti e lo fanno ad una velocità sempre maggiore.

L’essere umano non riesce a stare al passo con il progresso: la tecnologia sta rendendo la presenza dell’uomo sempre più inutile. Allo stesso tempo gli ultimi secoli di massiccio sfruttamento e dominio della natura hanno reso il nostro mondo sempre più inquinato e privo di risorse naturali sane.

Il destino dell’uomo in questo mondo potrebbe essere quello di soccombere e lentamente scomparire a causa della tecnica che lui stesso ha inventato. Ciò che doveva servire per liberare l’uomo dal lavoro lo sta lentamente uccidendo.

Tuttavia le soluzioni esistono ancora:

L’etica e la responsabilità sono due armi formidabili per salvaguardare l’uomo ed il pianeta da una lenta morte certa. I governi mondiali dovranno saper riconoscere la gravità della situazione a cui siamo esposti e favorire il perseguimento di comportamenti volti alla conservazione del pianeta, dell’uomo e delle generazioni future.

Si dovrà cominciare a riflettere sul fatto che siamo tutti responsabili della lenta morte del pianeta e della società. La paura che deriva dal declino sociale e ambientale dovrà essere un’arma utilizzabile a nostro favore per stimolare comportamenti che siano in grado di limitare l’utilizzo e lo sviluppo della tecnica e allo stesso tempo riportare l’uomo e la natura al centro del dibattito.

Il programma baconiano, lasciato a se stesso, ha rivelato al culmine del trionfo la sua insufficienza, perdendo cioè l’autocontrollo, il che comporta l’incapacità di proteggere non solo l’uomo da se stesso, ma anche la natura dall’uomo.



A volte però mi viene da pensare che sono solo parole al vento.

C’è chi pensa che il pianeta Terra e gli uomini siano già spacciati e sta pensando di colonizzare Marte.

Forse, alla fine, vince sempre chi ha i soldi;

Forse, alla fine, l’uomo non è altro che un distruttore di pianeti.

Ormai proseguiamo lentamente la nostra via seguendo di lontano ciò che abbiamo prodotto. Ci aggiriamo tra i nostri congegni come scoinvolti animali preistorici.

Bibliografia

  • M.T. Pansera, Tecnica, ed. Guida, Milano, 2013
  • Platone, Protagora, ed. La Nuova Italia, Firenze, 2004
  • A. Gehlen, Prospettive antropologiche, ed. Il Mulino, Bologna, 2005
  • G. Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo, ed. Asterios, Trieste, 2016

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