L’ODISSEA E L’EPICA CONTEMPORANEA
I racconti classici come l’Odissea di Omero hanno permesso all’umanità di fare i conti con se stessa, imparando a conoscere i propri mostri e le proprie passioni. Nel corso dei secoli tale opera è stata citata e reinterpretata infinite volte. Nel 2026 Christopher Nolan propone la sua personale interpretazione dell’Odissea. Fornire una nuova visione di un classico allontana o aggiunge spunti di riflessione rispetto l’opera originale ?

L’uscita nelle sale di The Odyssey, ultima opera del regista Christopher Nolan, era attesa da mesi.
Già dai primi trailer il film aveva acceso un intenso dibattito, alimentato dalle scelte del regista in merito al cast, ai costumi e, soprattutto, dalla volontà di allontanarsi da molti degli elementi che il grande pubblico associa tradizionalmente all’Odissea.
Nei giorni successivi alla distribuzione, la discussione si è rapidamente polarizzata tra chi ha accolto con entusiasmo questa rilettura e chi, invece, ne ha criticato le numerose libertà narrative.
Sebbene la pubblicazione di un film possa apparire, in sé, un evento marginale nella vita
quotidiana, opere di questa portata dimostrano come il medium cinematografico riesca a trasformarsi in un catalizzatore di riflessioni collettive.
Quando un racconto appartiene al patrimonio culturale dell’Occidente, ogni sua reinterpretazione inevitabilmente riapre il confronto sul significato dei valori che quell’opera trasmette e sul modo in cui essi vengono riletti dalla sensibilità contemporanea.
I VALORI DELL’ODISSEA E DELLA GRECIA ANTICA
Per comprendere la natura di questo dibattito è però necessario fare un passo indietro.
“The Odyssey” nasce come adattamento cinematografico dell’omonimo poema epico
tradizionalmente attribuito a Omero e ripercorre il lungo viaggio di ritorno di Ulisse, re di Itaca.
Dopo aver guidato gli Achei alla vittoria nella guerra di Troia grazie al celebre stratagemma del Cavallo di Legno, l’eroe è costretto ad affrontare una prova ancora più ardua: dieci anni di peregrinazioni tra mostri, divinità e insidie di ogni genere, nel disperato tentativo di ritornare alla propria patria e alla propria famiglia.
L’opera omerica si fonda su alcuni dei concetti più importanti della cultura greca antica.
Tra questi emergono il nostos, ovvero il ritorno dell’eroe alla propria terra e, simbolicamente, alla propria identità; la xenia, il sacro principio dell’ospitalità che regola il rapporto tra ospite e anfitrione sotto la protezione di Zeus; e infine la hybris, la tracotanza dell’uomo che, accecato dalla superbia, oltrepassa i limiti imposti dall’ordine umano e divino, attirando inevitabilmente su di sé la punizione degli dèi.
È proprio quest’ultimo concetto a rappresentare uno dei cardini dell’intera narrazione.
A condannare Ulisse non è il semplice desiderio di tornare a casa, bensì il suo orgoglio: la
volontà di prevalere sui propri avversari e di dimostrarsi superiore persino al destino. La sua
lunga odissea non nasce soltanto dall’ostilità degli dèi, ma anche dalle conseguenze delle sue stesse azioni.
L’episodio che meglio incarna questo principio è l’incontro con il ciclope Polifemo, narrato nel Libro IX. Per sfuggire alla prigionia del gigante mangia uomini, Ulisse ricorre all’inganno, presentandosi con il nome di “Nessuno”; successivamente acceca il ciclope, riuscendo così a
fuggire insieme ai suoi compagni.
Una volta in salvo, tuttavia, l’eroe non resiste alla tentazione di proclamare la propria vittoria.
Rivela il suo vero nome a Polifemo, rinunciando alla prudenza in favore della gloria personale. Sarà proprio questo gesto di tracotanza a spingere il ciclope a invocare l’aiuto del padre Poseidone, dando origine alla lunga vendetta divina che impedirà a Odisseo di fare ritorno a Itaca per altri dieci anni.

L’ULISSE DI NOLAN
È proprio alla luce di questi presupposti che la rilettura proposta da Nolan appare tanto
significativa.
Fin dalle prime sequenze emerge come il regista scelga di reinterpretare profondamente i concetti cardine dell’opera omerica, trasformando non solo il protagonista, ma anche il significato stesso del suo viaggio.
L’Ulisse di Nolan non è più l’eroe dominato dalla hybris, incapace di riconoscere i propri limiti di fronte agli dèi e al destino.
Al contrario, viene presentato come un uomo che ha sempre agito convinto della giustezza delle proprie azioni — una convinzione che emerge anche dal rispetto quasi rituale mostrato nei confronti della preda durante la caccia — ma che, dopo la guerra di Troia, si ritrova profondamente segnato da ciò che ha compiuto.
Il centro della narrazione si sposta così dall’orgoglio al rimorso.
Il conflitto non nasce più dalla sfida lanciata all’ordine divino, bensì dall’impossibilità di convivere con il peso morale delle proprie azioni.
Ulisse diventa una figura molto più vicina all’immaginario contemporaneo del reduce di guerra: un uomo incapace di reinserirsi nella normalità perché perseguitato dagli orrori ai quali ha assistito o che egli stesso ha contribuito a provocare.
Si tratta di una trasformazione tutt’altro che casuale. Negli ultimi decenni il cinema occidentale ha progressivamente abbandonato la figura dell’eroe definito dall’onore, dalla gloria o dal rapporto con il divino, privilegiando invece personaggi tormentati dal trauma psicologico e dal senso di colpa.
In questa prospettiva, l’Ulisse di Nolan appartiene molto più alla tradizione del veterano moderno che a quella dell’eroe omerico.
Di conseguenza cambia anche il significato del viaggio di ritorno. Nell’opera di Omero il nostos rappresenta il difficile recupero della propria identità dopo aver infranto l’ordine imposto dagli dèi.
Nel film, invece, il ritorno assume soprattutto i contorni di un percorso interiore, nel quale il protagonista cerca una forma di riconciliazione con sé stesso e con le atrocità della guerra.
Anche la xenia, pur conservando il proprio ruolo di principio morale, viene reinterpretata. L’ospitalità non appare più soltanto come una legge sacra garantita da Zeus, ma come il
fondamento stesso della convivenza umana: una sorta di patto sociale universale, il cui venir
meno lascia spazio esclusivamente alla violenza e alla sopraffazione.
È proprio questa consapevolezza a diventare il vero fardello del protagonista.
Ulisse comprende che quanto accaduto a Troia non rappresenta soltanto una vittoria militare, ma una frattura morale destinata a segnare per sempre lui e il mondo che lo circonda.
Il culmine di questa presa di coscienza coincide con il finale del film, dove il protagonista appare ormai incapace di separare la propria identità dall’eredità della guerra.

IL POPOLO DEL MARE E IL NUOVO OPPENHEIMER
Le azioni di Ulisse e dei greci si intrecciano con quella che il film presenta come la minaccia di fondo: l’arrivo dei Popoli del Mare, un insieme di genti ricordate in numerose fonti del Mediterraneo orientale alla fine dell’Età del Bronzo e tradizionalmente associate al collasso delle grandi civiltà del tempo.
Nella rilettura proposta da Nolan, questi popoli non rappresentano soltanto un nemico esterno. Al contrario, sembrano incarnare la conseguenza ultima delle azioni degli stessi Achei.
La guerra di Troia non viene raccontata come il trionfo definitivo di una civiltà, bensì come l’evento che ne innesca il declino. La vittoria contiene già il seme della rovina.
È proprio in questa prospettiva che il film acquista una dimensione ulteriore. I guerrieri greci diventano, inconsapevolmente, gli artefici della fine del mondo che hanno contribuito a costruire. Ciò che nasce sulle mura di Troia segna l’inizio di un’epoca nuova, destinata a lasciare definitivamente alle spalle l’ordine morale sul quale quella stessa civiltà si era fondata.
Che questa lettura fosse o meno nelle intenzioni del regista, è difficile non cogliere un forte
parallelismo con Oppenheimer, altra opera di Nolan. In entrambi i casi il protagonista è l’uomo che rende possibile la vittoria, ma proprio per questo si ritrova a confrontarsi con il peso dellesue conseguenze.
Ulisse concepisce il Cavallo di Legno e pone fine alla guerra; Oppenheimer guida il progetto che porterà alla realizzazione della bomba atomica.
Entrambi vengono celebrati come gli artefici di una svolta decisiva nella storia dell’umanità, ma entrambi comprendono che il loro successo coincide anche con l’inizio di una nuova forma di distruzione.
È proprio questo il tratto che accomuna i due personaggi. La loro grandezza non risiede soltanto nell’aver ottenuto la vittoria, ma soprattutto nell’essere costretti a conviverne per sempre con il prezzo.
Sono eroi perché sopravvivono alle conseguenze delle proprie decisioni, portando sulle spalle un senso di colpa che non può essere cancellato.
Questa interpretazione, tuttavia, rappresenta anche il punto di maggiore distanza dall’opera di Omero: nel poema la responsabilità di Ulisse nasce dalla hybris, dall’aver sfidato l’ordine
divino attraverso il proprio orgoglio.
Nel film, invece, il conflitto è essenzialmente interiore: il protagonista è tormentato non per aver oltrepassato un limite imposto dagli dèi, ma per aver preso coscienza dell’orrore della guerra.
È una differenza sostanziale, perché sposta il centro morale della vicenda dalla violazione di un ordine universale al giudizio della coscienza individuale.
Naturalmente non è la prima volta che un’opera contemporanea rilegge i miti classici attraverso categorie contemporanee.
Ogni epoca interpreta il passato secondo la propria sensibilità, trasformando gli antichi eroi in specchi delle inquietudini del presente. Nolan sceglie di raccontare un Ulisse profondamente contemporaneo: non più l’uomo che sfida il destino, ma quello che tenta di sopravvivere al peso delle proprie scelte.
La domanda, allora, non riguarda soltanto la fedeltà a Omero. Riguarda il modo in cui scegliamo di guardare il passato. Fino a che punto è legittimo sostituire i valori di un’opera con quelli della nostra epoca?
Una reinterpretazione può certamente arricchire un classico e renderlo
nuovamente vivo, ma rischia anche di proiettare sul passato idee che gli sono estranee,
trasformando la memoria storica in un riflesso delle convinzioni contemporanee.
È forse questa la ragione per cui “The Odyssey” ha suscitato un dibattito tanto acceso.
Il film, costringe ciascuno di noi a confrontarsi con una questione più ampia: se continuiamo a raccontare i classici modificandone il significato, stiamo davvero riscoprendo quelle opere oppure stiamo, inconsapevolmente, scrivendo qualcosa di completamente diverso?
Bibliografia
- Omero, Odissea (libro IX)
Videografia
- C. Nolan, The Odissey, 2026
- C. Nolan, Oppenheimer, 2023

Andrea Bardine
Appassionato da sempre di lettura e scrittura. scrive di storia dell’evoluzione sociale e antropologica per comprenderne l’influenza sulla quotidianità contemporanea.
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