CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA: PERCHÈ “CI PIACE” ESSERE SORVEGLIATI

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Il Capitalismo della sorveglianza non è solo un modello di business affermatosi con l’avvento del digitale. Si tratta invece di una efficace tecnologia del potere che sta modellando e normalizzando i nostri comportamenti al fine di renderci docili e prevedibili.

capitalismo della sorveglianza come distopia contemporanea


Per capire perché “ci piace” essere sorvegliati bisogna fare un passo indietro di circa quattro secoli, nel periodo in cui il concetto di punizione passò dal supplizio alla morte rapida e indolore.

Nel diciassettesimo secolo chi commetteva omicidio o trasgrediva una legge fondamentale per il mantenimento dell’ordine veniva punito dallo Stato in maniere plateali e grottesche; il più delle volte questo genere di punizioni finivano con un boia che si ritrovava a dividere in tanti pezzettini il corpo della vittima.

In questo periodo i detentori del potere Statale volevano mostrarsi: volevano far capire a chiunque avesse avuto intenzione di andare contro lo Stato che i provvedimenti sarebbero stati letali e dolorosi.

L’avvento dell’Illuminismo segnò la necessità di uscire dalle tenebre dell’ignoranza per seguire la luce della ragione: la pratica del supplizio cessò (lentamente) per far spazio ad un concetto di punizione ritenuto più umano, ovvero la morte rapida e indolore, solitamente basata sull’impiccagione o la fucilazione.

Questo cambio di rotta segnò la volontà dello Stato di non voler essere associato alla violenza ma solo alla volontà di punire i trasgressori della legge. La punizione non doveva provocare dolore, doveva privare dei diritti, uno su tutti il diritto alla vita.

In Sorvegliare e Punire Foucault evidenzia come nell’età moderna i dispositivi di potere hanno sempre cercato di agire nell’ombra, in modo tale da poter sorvegliare le masse senza essere visti.

Attraverso la sorveglianza, la punizione e la ricompensa si è capito che è possibile programmare il comportamento degli individui che devono sottostare alla volontà di chi comanda, siano essi lo Stato, la scuola, la prigione, la fabbrica o l’ospedale.

“La mano destra tenente in essa il coltello con cui ha commesso il detto parricidio bruciata con fuoco di zolfo e sui posti dove sarà tanagliato, sarà gettato piombo fuso, olio bollente, pece bollente, cera e zolfo fusi insieme e in seguito il suo corpo tirato e smembrato da quattro cavalli e le sue membra e il suo corpo consumati dal fuoco, ridotti in cenere e le sue ceneri gettate al vento”.


Il potere è a-cefalo, non esiste un leader supremo che controlla il mondo dall’alto del suo castello.

La gestione ed il controllo delle masse è necessaria per mantenere l’ordine e ottenere dei vantaggi di natura economica o sociale: lo Stato garantisce diritti e doveri, la scuola insegna alle nuove generazioni, l’ospedale cura gli ammalati e la fabbrica mira a dare lavoro e a guadagnare.

Al fine di far funzionare al meglio tali apparati pubblici e privati sono state teorizzate numerose tecnologie volte a garantire il controllo delle masse e a migliorare le loro funzioni.

Le tecnologie del potere lavorano principalmente sul concetto di disciplina: se si vuole garantire obbedienza e sottomissione occorre che i comportamenti dei sottoposti siano controllati in maniere sempre più invasive.

Il controllo capillare del tempo era uno di quegli elementi in grado di garantire risultati ottimali. Ogni movimento effettuato da soldati, studenti, medici o dipendenti aveva lo scopo di massimizzare i risultati desiderati.

Unitamente alla micro-gestione del tempo si associano la paura di sbagliare, e quindi di essere puniti, e la gioia di essere ricompensati per aver svolto un buon lavoro.

Attraverso tali pratiche di addestramento si poteva formare una serie di individui caratterizzati dal cosiddetto “comportamento normale”, ovvero un individuo docile, fedele e produttivo.


Il culmine del processo di normalizzazione del comportamento delle masse lo si individua nel concetto di Panopticon: una teoria architettonica secondo la quale sulla sommità di una torre è posto un sorvegliante; intorno alla torre sono disposte delle celle all’interno delle quali stanno i carcerati, gli studenti, i malati o i lavoratori.

Tale struttura ha lo scopo di sorvegliare e isolare le masse; stando sulla torre il sorvegliante ha la possibilità di vedere tutto quello che succede nelle celle illuminate mentre lui ha la certezza di non poter essere visto.

La consapevolezza di essere continuamente sotto lo sguardo di qualcuno fa sì che il comportamento del soggetto si modifichi spontaneamente per adattarsi alle volontà del sorvegliante.

Il risultato è amaramente straordinario: il tempo viene controllato, il comportamento dei sottoposti viene automaticamente modificato secondo il volere della torre e il rischio di rivolte è praticamente nullo.

Da queste premesse sembra ovvio che la costante sorveglianza da parte dei dispositivi del potere non sia il massimo della vita, allora perché nel mondo digitale viene abbondantemente tollerata ?

antichi dispositivi di capitalismo della sorveglianza, il panopticon


Da quando esiste internet quasi quattro miliardi di persone sono costantemente connesse alla rete.

Ognuna di loro rilascia una traccia del loro passaggio ad ogni utilizzo: dati anagrafici, ordini su Amazon, post su Instagram, like di Facebook, messaggi di Whatsapp, cronologia video di You Tube, spostamenti fisici tramite Google Maps e un sacco di porno (si, anche con la navigazione in incognito).

Le grandi aziende tecnologiche come Google, Amazon e Meta, che gestiscono questi servizi, sono abilissime a raccogliere i dati dei singoli utenti (data mining) e a raggrupparli insieme creando così un pacchetto di profili personali chiamato “Big Data”.

All’interno di tali pacchetti sono presenti le nostre informazioni generali, le nostre attitudini online, i nostri conti correnti, quello che ci piace e quello che odiamo.

In poche parole i Big Data rappresentano gli interessi ed i comportamenti di centinaia di migliaia di persone che, più o meno consapevolmente, accettano di farsi sorvegliare durante la loro attività online.

Le aziende che estraggono e accumulano tali dati li rivendono ad altre aziende che si occupano di pubblicità, marketing, finanza, risorse umane e tutto ciò che ha a che fare con la necessità di avere sempre dei profili personali da scandagliare.

Il capitalismo della sorveglianza consiste dunque nella raccolta e nella vendita dei Big Data.

The firm (Google n.d.r.) does not ask if it can photograph homes for its databases. It simply takes what it wants. Google then exhausts its adversaries in court or eventually agrees to pay fines that represent a negligible investment for a significant return. It is a process that Siva Vaihyanathan has called ‘infrastructure imperialism’.


Le aziende che estraggono e accumulano i dati distruggono ogni tipo di privacy per vendere i nostri profili, istruire le intelligenze artificiali, capire sempre meglio come ragioniamo e come prendiamo decisioni.

Attraverso tali processi le loro casse si arricchiscono e il loro potere nei nostri confronti cresce; del resto se sai come ragiona una persona è molto più facile riuscire a strumentalizzarla.

Ciò che noi otteniamo in cambio da tutto questo sono dispositivi di sorveglianza sempre più all’avanguardia e dei quali non possiamo più fare a meno:

Attraverso gli strumenti connessi ad internet che utilizziamo ogni giorno (computer, smartphone, smart TV…) la nostra vita viene drasticamente semplificata e apparentemente arricchita in quanto possiamo abbattere qualsiasi barriera spaziale e temporale; allo stesso tempo possiamo godere di un intrattenimento costante e di fonti di sapere praticamente illimitate.

Tutto questo ci fa stare talmente bene che non siamo più in grado di farne a meno.

Allo stesso tempo questi dispositivi ci sorvegliano, ci studiano e compiono esperimenti per capire quali sono i nostri bisogni, le nostre debolezze e i nostri sogni.

Con i dati che vengono raccolti vengono costruiti nuovi apparati tecnologici sempre più performanti dai quali siamo sempre più dipendenti.

Il capitalismo della sorveglianza prende quindi l’aspetto di un patto con il Diavolo.
Esattamente come nel Faust di Goethe ci siamo ritrovati a dover barattare la nostra libertà per perseguire piacere e conoscenza.

Attraverso l’uso dei cosiddetti I.C.T. (information communication technologies) i nostri comportamenti si stanno normalizzando: stiamo perdendo la voglia di combattere per i nostri diritti, smettiamo di essere creativi e sottostiamo a quello che vogliono gli algoritmi. In cambio otteniamo endorfine e serotonina.

La cosa più drammatica è che a differenza della sorveglianza effettuata dentro al Panopticon la nuova tecnologia digitale è ancora più nascosta: noi non vediamo nessuna torre con dentro il sorvegliante e quindi ci sentiamo liberi di agire e di immettere sempre più dati personali in rete.

Nessuno ci punirà perché ci comportiamo male o perché non lavoriamo a sufficienza, quello che interessa a questi moderni sorveglianti digitali è prendere nota di quello che facciamo così da imparare i nostri modi di pensare e di agire. Così da farci spendere e venderci.

La torre è sempre allerta, solo che non si vede più.

capitalismo della sorveglianza

Bibliografia


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