LE ORIGINI DELLA DANZA: TRA CULTURA E NEUROSCIENZE

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Le origini della danza sono antichissime. Questa pratica ha accompagnato l’uomo per tutto il corso della sua esistenza e ha contribuito enormemente nella costruzione della nostra cultura. Tutt’oggi la danza gioca un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. Per comprenderne l’essenza sarà necessario scavare nell’antropologia e nelle neuroscienze.

le origini della danza tra neuroscienze e antropologia

Un piede batte ritmicamente sul pavimento, il corpo oscilla seguendo una melodia, due persone coordinano inconsapevolmente i propri movimenti. In quale momento questi semplici gesti smettono di essere soltanto movimento e diventano danza ?

Camminare, correre, saltare o gesticolare comportano tutti il movimento organizzato del corpo nello spazio, eppure difficilmente li definiremmo forme di danza.

Quando però il movimento viene organizzato ritmicamente e assume una funzione espressiva o comunicativa, iniziamo ad avvicinarci a ciò che comunemente definiamo danza.
Anche senza musica o una coreografia prestabilita, il nostro corpo compie dei movimenti privi di uno scopo puramente pratico, diventando uno strumento di espressione e un medium di comunicazione.

Prima ancora di essere una disciplina artistica, la danza compare nelle società umane in una straordinaria varietà di contesti: accompagnatrice nei riti, nei corteggiamenti, in guerra, in lutto, nelle celebrazioni e nei culti.

Culture sviluppatesi indipendentemente le une dalle altre hanno elaborato forme di movimento ritmico e collettivo, trasformando il corpo in un strumento attraverso cui l’individuo entra in relazione con il gruppo.

Tuttavia, è proprio la sua natura corporea a rendere estremamente difficile individuare il momento preciso della sua comparsa. La danza non lascia dietro di sé gli stessi reperti di un utensile, di un’arma o di un edificio. Possiamo ritrovarne le tracce nelle raffigurazioni, nei racconti e, più tardi, nelle testimonianze scritte, ma il gesto scompare insieme a chi lo compie.

Eppure, quando le prime società umane iniziano a lasciare testimonianze riconoscibili delle proprie pratiche collettive, troviamo corpi che danzano.

Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non riguarda tanto quando l’essere umano abbia cominciato a danzare, quanto perché abbia sentito il bisogno di farlo.


Per comprendere come nasca questa naturale propensione dell’essere umano a muoversi seguendo un ritmo, è necessario compiere un passo indietro rispetto alla musica stessa e partire dal fenomeno più elementare da cui essa ha origine: il suono.

La capacità del nostro cervello di riconoscere una struttura ritmica, infatti, non è limitata a ciò che culturalmente definiamo musica. Una successione regolare di eventi sonori — il rumore dei passi, il ticchettio di un orologio, il battere di un martello o qualsiasi altro suono sufficientemente ripetitivo — può essere elaborata dal cervello come una struttura temporale che si ripete.

Le onde sonore, trasdotte dall’orecchio in impulsi nervosi, raggiungono le aree cerebrali dedicate all’elaborazione uditiva, dove vengono analizzate caratteristiche come frequenza, intensità, durata e successioni regolari nel tempo. Da questa successione di eventi sonori, il sistema nervoso può rilevare delle regolarità temporali e costruirne una rappresentazione interna che noi identifichiamo con il ritmo.

È a questo punto che avviene qualcosa di particolarmente importante per comprendere la danza. Una volta individuata una pulsazione regolare, il cervello non aspetta semplicemente che arrivi il suono successivo: comincia ad anticiparlo. Il ritmo è quindi una struttura temporale attraverso la quale il sistema nervoso elabora continuamente delle aspettative su quando dovrebbe verificarsi l’evento sonoro successivo.

L’aspetto forse più sorprendente è che parte del sistema motorio si attiva anche quando ascoltiamo un ritmo senza compiere alcun movimento. Ascoltare una pulsazione regolare coinvolge circuiti cerebrali normalmente associati all’azione: il confine tra percepire il ritmo e prepararsi a seguirlo con il corpo è molto più sottile di quanto possa sembrare.

Quando il movimento viene effettivamente prodotto — battendo un piede, muovendo la testa, oscillando il corpo o danzando — entra in gioco quella che viene definita sincronizzazione sensorimotoria, cioè la capacità di coordinare temporalmente un’azione partendo da uno stimolo sensoriale esterno.

Steven Brown ha proposto che il rhythmic entrainment, ossia la capacità di coordinare il proprio movimento con un ritmo esterno, possa avere avuto origine proprio nella danza collettiva.

Un corpo che compie movimenti ripetitivi produce inevitabilmente dei suoni: il passo sul terreno, il battito delle mani o il contatto con il proprio corpo possono trasformarsi in segnali acustici periodici. Quando questi movimenti vengono compiuti da più individui, i segnali visivi e sonori prodotti dagli altri membri del gruppo possono a loro volta favorire la sincronizzazione.

Il movimento produce ritmo, e il ritmo, una volta percepito, facilita la sincronizzazione dei movimenti.

A questo punto emerge però una nuova domanda: come si passa dalla semplice sincronizzazione del movimento a qualcosa che possiamo riconoscere come danza ?


l’area motoria supplementare e i gangli della base, individuano e anticipano la pulsazione regolare di un suono, insieme alla corteccia premotoria e al cervelletto, i quali partecipano ai processi di temporizzazione, previsione e coordinazione del movimento.


Se il movimento ritmico nasce dalla capacità del nostro cervello di mettere in relazione percezione sonora e azione motoria, la danza acquista una dimensione ulteriore nel momento in cui quel movimento viene osservato, imitato e condiviso con altri individui. Il corpo smette di essere soltanto qualcosa che si muove e diventa qualcosa che comunica.

Da questo punto di vista, la danza può essere considerata una forma di medium comunicativo non verbale.

Un movimento corporeo può infatti trasmettere informazioni senza bisogno di ricorrere alla parola: può manifestare uno stato emotivo, segnalare un’intenzione, esprimere appartenenza a un gruppo o stabilire una relazione con gli individui che partecipano allo stesso movimento.

L’antropologa Judith Lynne Hanna, in To Dance Is Human: A Theory of Nonverbal Communication, ha sviluppato proprio questa interpretazione della danza, considerandola una forma culturalmente organizzata di comportamento non verbale. La danza, in questa prospettiva, non comunica necessariamente attraverso un vocabolario paragonabile a quello del linguaggio parlato: è piuttosto il movimento stesso, inserito in uno specifico contesto sociale e culturale, ad acquisire significato.

Definire la danza un “linguaggio” non equivale ad affermare che ogni passo possieda un significato universale equivalente a quello di una parola. Lo stesso gesto può assumere significati completamente differenti in culture diverse. Ciò che sembra essere universale non è quindi il contenuto dei movimenti, ma la capacità umana di utilizzare il corpo e il movimento ritmico come strumenti di espressione e interazione.

Attraverso il rhythmic entrainment gli individui iniziano a condividere non soltanto uno spazio, ma una vera e propria struttura temporale comune: compiono determinati movimenti nello stesso momento, anticipano quelli degli altri e adattano continuamente le proprie azioni a quelle del gruppo.

Il ritmo diventa così una esperienza condivisa, all’interno della quale i movimenti individuali confluiscono in un’unica azione di gruppo. La danza assume allora alcuni caratteri propri di un dialogo: ogni individuo agisce, osserva e modifica continuamente il proprio comportamento in relazione a quello degli altri.

Per alcuni minuti individui distinti prevedono lo stesso ritmo, reagiscono agli stessi stimoli e organizzano i propri movimenti in relazione a quelli degli altri.

Nel pensiero di William H. McNeill, la sincronia che si forma nella danza genera una particolare sensazione euforica di appartenenza: per qualche momento la percezione dell’individuo come entità completamente separata dagli altri tende ad attenuarsi e diventa più forte quella di essere parte di qualcosa di collettivo.

La danza può essere quindi interpretata non soltanto come mezzo attraverso cui rappresentiamo un legame sociale, ma come uno dei comportamenti attraverso cui quel legame viene materialmente costruito e rafforzato.



Percepire un ritmo, prevederne la continuazione e coordinare i propri movimenti con quelli degli altri costituisce soltanto la base sulla quale le diverse società possono costruire forme di danza estremamente differenti.

È proprio in questa trasformazione che la danza diventa un fenomeno culturale. Una comunità stabilisce quali movimenti possiedono un significato, in quali occasioni debbano essere eseguiti, chi possa parteciparvi e che cosa rappresentino. Il corpo diventa un medium attraverso cui una cultura può essere appresa, riprodotta e trasmessa.

Imparare una danza significa apprendere qualcosa che va oltre la semplice sequenza dei suoi movimenti.

Significa imparare quando quei movimenti devono essere eseguiti, come devono essere interpretati e quale significato assumono per le persone che li condividono. Attraverso l’imitazione e la ripetizione, una sequenza corporea può quindi essere trasmessa da individuo a individuo e da una generazione alla successiva.

La danza assume così anche una funzione identitaria. Conoscere determinati movimenti significa poter essere riconosciuti come partecipanti a una stessa pratica: il corpo non comunica soltanto qualcosa, ma manifesta concretamente l’appartenenza a un gruppo.

Questa funzione non è scomparsa con le trasformazioni delle società contemporanee, bensì ha trovato nuovi spazi nei quali manifestarsi. Ne è un esempio la presenza ormai costante sulle piattaforme social, come Instagram e TikTok, di brevi contenuti audiovisivi che hanno reso il movimento corporeo uno dei mezzi più immediati attraverso cui partecipare a una comunità digitale.

Coreografie, dance challenge e sequenze gestuali vengono osservate, imitate, modificate e nuovamente condivise da migliaia o milioni di persone. Individui geograficamente lontani, che non si incontreranno probabilmente mai, possono così eseguire gli stessi movimenti e inserirsi nello stesso fenomeno collettivo.

Il movimento continua quindi a funzionare come medium di partecipazione sociale anche quando i corpi che lo condividono non occupano contemporaneamente lo stesso spazio.

Conoscere una coreografia, riprodurre un gesto o modificarlo secondo una nuova interpretazione significa dimostrare di conoscere il linguaggio di una determinata comunità e, attraverso il proprio corpo, dichiarare la propria partecipazione ad essa.

Cambiano le forme, i significati e perfino gli spazi attraverso cui la danza viene condivisa, ma rimane una caratteristica fondamentale: utilizzare il movimento del corpo per entrare in relazione con gli altri.

La funzione comunicativa della danza potrebbe quindi essere più antica e fondamentale della semplice trasmissione di un messaggio codificato.

Al di là di ciò che possiamo dire attraverso le parole, il movimento sincronizzato permette di manifestare qualcosa di ancora più elementare: Io mi muovo. Tu mi segui. Tu ti muovi. Io ti seguo.

E per un istante, diventiamo un Noi.

BIBLIOGRAFIA

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