SUPEREROI O VIGILANTI: PERCHE’ ACCETTIAMO I SUPER SOPRA LA LEGGE ?
supereroi o vigilanti
Nel mondo reale, un individuo mascherato che viola la legge, usa la violenza e si sostituisce alle istituzioni verrebbe probabilmente considerato un vigilante. Nella narrativa supereroistica, invece, diventa un eroe. Dietro questa apparente contraddizione si nasconde una questione più profonda: cosa rende moralmente legittimo chi decide autonomamente di porsi al di sopra della legge in nome della giustizia?

SUPEREROI E VIGILANTI
Immaginate di accendere il televisore e di apprendere che, durante la notte, una persona mascherata ha pedinato alcuni sospettati per le strade della vostra città. Non è un poliziotto, non appartiene alle forze armate e non possiede alcuna autorizzazione dello Stato.
Dopo aver seguito i presunti criminali, è entrata illegalmente in alcuni edifici, li ha interrogati ricorrendo alla violenza e, dopo averli brutalmente picchiati, li ha lasciati immobilizzati affinché la polizia potesse arrestarli magari lasciando anche le prove dei loro misfatti.
Inizieremo subito a porci tantissime domande, “Perché ha fatto tutto questo?”, “Chi è questa persona?”, “Con quale diritto ha agito?”.
Saremmo sicuramente impressionati da tali gesti; tuttavia, difficilmente definiremo questa persona nulla più che un semplice vigilante, un individuo pericoloso o, nella migliore delle ipotesi, qualcuno che ha deciso arbitrariamente di sostituirsi alle istituzioni.
Se però specifichiamo che questa persona sia in grado di volare, la vestiamo in spandex e aggiungiamo la presenza di una maschera. Quella persona diventa un “Supereroe”.
Ed è proprio qui che emerge uno degli aspetti più curiosi della narrativa supereroistica: non tanto l’esistenza di individui dotati di capacità straordinarie — elemento che accettiamo immediatamente come parte della finzione — quanto la sorprendente facilità con cui siamo disposti a considerare moralmente legittime le loro azioni.

L’EROE AL DI SOPRA DELLA LEGGE
Molti dei personaggi più celebri della cultura popolare non possiedono infatti alcuna reale autorità per svolgere le attività che costituiscono la loro quotidiana lotta contro il crimine.
Batman non è un agente di polizia. Spider-Man non possiede un distintivo. Daredevil è addirittura un avvocato che, terminato il proprio lavoro all’interno del sistema giudiziario, indossa una maschera e decide di combattere fisicamente coloro che considera criminali.
Essi sono privati cittadini che il più delle volte, non si limitano a intervenire di fronte a un pericolo immediato (come potrebbe fare qualsiasi cittadino che assista a un’aggressione) ma, privi di un qualche tipo di mandato istituzionale, si attribuiscono il compito di prevenire, investigare e contrastare il crimine.
La loro attività è pertanto sistematica. Cercano deliberatamente il crimine per combatterlo senza esimersi dall’esercitare violenza. Sono, nel senso più letterale del termine, vigilanti.
Questo crea un interessante paradosso politico: uno degli elementi fondamentali dello Stato moderno è infatti la progressiva sottrazione ai singoli individui della possibilità di amministrare autonomamente la violenza.
Ciò non significa che ogni violenza esercitata dallo Stato sia automaticamente giusta. Significa, piuttosto, che l’utilizzo della forza non dovrebbe dipendere semplicemente dalla convinzione personale di qualcuno di trovarsi dalla parte del bene.
Ma il “supereroe” compie esattamente l’operazione opposta: stabilisce autonomamente di possedere una concezione sufficientemente corretta della giustizia (o di ciò che sia giusto fare) da permettergli di utilizzare la forza contro altri cittadini.
Nessuno lo ha eletto, nessuno gli ha conferito quell’autorità e, soprattutto, nessuno possiede realmente il potere di revocargliela.
Chi vive per la politica fa di questa, in senso interiore, la propria vita: egli gode del mero possesso della potenza che esercita, oppure alimenta il proprio equilibrio interiore e il sentimento della propria dignità con la coscienza di dare un senso alla propria vita per il fatto di servire una “causa”.
M. Weber, La politica come professione
UNA SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ MOLTO PARTICOLARE
Potremmo naturalmente liquidare tutto attraverso la più semplice delle spiegazioni: stiamo parlando di fumetti.
Accettiamo che Superman possa volare, che Hulk possa trasformarsi in un gigante verde e che Thor sia una divinità norrena che combatte fianco a fianco con esseri umani. Perché dovremmo preoccuparci della più banale plausibilità giuridica di un eroe anche non “super” come Batman?
La questione interessante è un’altra: perché sospendiamo così facilmente il nostro giudizio morale sul vigilantismo ?
Un lettore non considera generalmente personaggi come Batman o Daredevil come dei criminali che occasionalmente producono conseguenze positive. Li considera degli Eroi, e la stessa operazione viene spesso compiuta dagli abitanti del suo mondo.
La polizia di Gotham arriva perfino ad utilizzare un enorme riflettore (il Bat-segnale) installato sul tetto del proprio quartier generale per convocare pubblicamente un cittadino mascherato affinché intervenga nelle indagini.
Un’istituzione che dovrebbe possedere il monopolio della forza riconosce simbolicamente la propria insufficienza e chiama in aiuto qualcuno che opera al di fuori delle sue regole.
La violazione della legge smette così di apparire come una minaccia all’ordine e diventa uno strumento per proteggerlo.
Il supereroe difende lo Stato di diritto, ovvero la forma di Stato in cui il potere pubblico è vincolato e limitato dalle leggi, e nessuno — compresi governi, politici e legislatori — si trova al di sopra di esse, proprio attraverso comportamenti che lo Stato di diritto dovrebbe impedirgli di compiere.
Nel genere supereroistico la figura del supereroe emerge spesso come risposta alle insufficienze della legge istituzionale, incarnando una forma alternativa di giustizia capace di sopperire supplire ai suoi fallimenti.
J. Bainbridge, This is the authority, this planet is under our protection
UN MONDO CHE HA BISOGNO DI UN EROE
Per rendere accettabile questa contraddizione, la narrativa supereroistica ricorre però a un meccanismo fondamentale: costruisce mondi nei quali le istituzioni ordinarie non sono sufficienti.
Gotham non è semplicemente una grande città americana. È una città patologicamente criminale, così come lo è la New York di Daredevil o Spider-man.
La corruzione attraversa la politica, la polizia e le istituzioni. Le organizzazioni criminali possiedono risorse immense e alcuni individui rappresentano minacce che nessun normale agente sarebbe realmente in grado di affrontare.
Lo stesso accade su scala ancora maggiore nell’universo di Superman o degli Avengers. Quale istituzione umana potrebbe realisticamente fermare un’invasione aliena? Quale reparto di polizia potrebbe arrestare Thanos?
Il mondo supereroistico produce quindi contemporaneamente il problema e la sua soluzione: prima crea una realtà nella quale le normali strutture dello Stato risultano insufficienti; successivamente introduce il supereroe come risposta necessaria a quell’insufficienza.
In questo modo avviene una trasformazione fondamentale: ciò che in condizioni normali sarebbe vigilantismo diventa una azione necessaria.
La domanda non è più: “Chi ha autorizzato Batman a fare tutto questo?”
Bensì: “Chi potrebbe fermare Joker, se Batman non lo facesse?”
Il problema della legittimità cede così il passo a quello dell’efficacia: non ci chiediamo più se il vigilante abbia il diritto di agire, ma se possiamo permetterci che non lo faccia. È in questo rovesciamento che l’illecito comincia ad assumere i contorni della necessità e il vigilante si tramuta in eroe.

QUANDO ESSERE NEL GIUSTO DIVENTA SUFFICIENTE
Esiste però una condizione indispensabile affinché il meccanismo funzioni: noi sappiamo che l’eroe ha ragione.
La narrazione fornisce al lettore fin da subito gli elementi necessari a identificare il criminale (o il “villain”) come tale.
Quando il supereroe entra in azione irrompendo in un magazzino per fermare i criminali difficilmente ci chiediamo se essi sono veramente colpevoli. Abbiamo visto perpetrare il rapimento, la rapina, assistito al delitto o ascoltato il piano malvagio dalla bocca dei malviventi di turno.
Possediamo, in altre parole, una conoscenza che nella realtà sarebbe impossibile avere.
Un sistema giudiziario, invece, esiste proprio perché gli esseri umani non possiedono questa certezza.
Indagini, processi, diritto alla difesa, presunzione d’innocenza e limiti imposti alle forze dell’ordine possono apparire inefficienti, ma derivano da un principio fondamentale: chi esercita il potere può sbagliare.
Il supereroe tradizionale viene invece frequentemente collocato in una condizione di superiorità morale. Non soltanto è più forte degli altri: sa chi è il cattivo.
La stessa struttura narrativa dei racconti supereroistici finisce così a giustificare la violenza extragiudiziale del “vigilante”, ponendo inoltre le basi per mostrare la superiorità morale che lo trasforma in un/a “eroe/eroina”.
Timothy D. Peters, analizzando Daredevil come emblema giuridico, individua proprio questa tensione: il supereroe nasce dalla percezione di una legge fallibile e incapace, attraverso le proprie procedure, di proteggere pienamente i cittadini.
Il supereroe è giustificato nelle sue azioni perché sappiamo qualcosa che un cittadino reale non potrebbe sapere: sta picchiando le persone giuste.
Ma proprio questa certezza rappresenta una delle più grandi differenze tra giustizia narrativa e giustizia reale.
Il mondo supereroistico in sostanza costruisce non soltanto il vigilante, ma anche le condizioni necessarie affinché il suo vigilantismo possa apparire giustificato.
Se gli uomini fossero angeli, nessun governo sarebbe necessario.
J. Madison (1788)
IL PROBLEMA DELL’UOMO GIUSTO
Rimane inoltre una domanda ancora più inquietante.
Prendiamo ad esempio Batman: possiamo immaginare che Bruce Wayne sia realmente una persona moralmente incorruttibile. Possiamo concedergli un’intelligenza eccezionale, un codice etico rigidissimo e persino una capacità quasi sovrumana di distinguere il bene dal male.
Ma il problema delle istituzioni non nasce soltanto dalla necessità di difenderci dagli uomini malvagi. Nasce dalla necessità di limitare anche quelli convinti di essere buoni.
Una società non può fondare il diritto sulla speranza che chi possiede maggiore forza sia anche colui che possiede maggiore virtù. Batman può decidere di non uccidere. Un altro supereroe potrebbe decidere diversamente.
Ed è proprio questa possibilità a mostrare la fragilità dell’intero sistema.
Se la legittimità del vigilante deriva esclusivamente dalla sua superiorità morale, come possiamo stabilire i criteri entro i quali definirlo eroe? Chi sorveglia colui che sorveglia tutti gli altri?
Molti degli autori più importanti del genere hanno fatto di questa contraddizione il cuore delle proprie storie:
Watchmen rappresenta probabilmente l’esempio più celebre. Nel mondo immaginato da Alan Moore e Dave Gibbons, l’esistenza dei vigilanti non viene semplicemente accettata come una convenzione narrativa innocua. Diventa un problema politico.
Chi sono queste persone? Perché indossano una maschera? Chi ha deciso che possano utilizzare la violenza? E soprattutto: cosa succede quando individui dotati di un enorme potere sviluppano una propria idea di ciò che è necessario fare per salvare l’umanità?
In opere come The Dark Knight Returns, Kingdom Come, Civil War e, con presupposti molto differenti, The Boys, il supereroe smette allora di essere soltanto una fantasia di potere e diventa una fantasia politica: la capacità di salvare qualcuno equivale automaticamente al diritto di decidere come farlo?
Ed è qui che forse entra in gioco l’aspetto più incredibile delle storie supereroistiche.
Non è tanto il possesso di abilità fisiche sovraumane, spiccate capacità intellettive o investigative, e neanche lo sfoggio di un equipaggiamento al limite del fantascientifico.
Il vero superpotere potrebbe essere un altro: essere riuscito a convincere un’intera società di avere il diritto di fare ciò che fa.
Il primo scoglio narrativo del supereroe è dimostrare agli abitanti del suo mondo (e di conseguenza, ai lettori) di poter esercitare il proprio diritto, o forse il suo dovere, di essere un eroe.
Il cittadino comune accetta che esista qualcuno capace di collocarsi contemporaneamente dentro e fuori dalla legge: abbastanza esterno da poter ignorare le sue limitazioni, ma abbastanza interno da poter essere considerato un difensore dell’ordine.
Ed è probabilmente proprio questa contraddizione a rendere il supereroe così affascinante.
Perché dietro la fantasia dell’uomo che vola, dell’alieno invulnerabile o del miliardario mascherato si nasconde un desiderio molto più umano: immaginare che, quando le istituzioni falliscono, possa esistere qualcuno capace di distinguere perfettamente il bene dal male e sufficientemente forte da agire di conseguenza.
Una figura che non abbia bisogno della lentezza dei tribunali, delle incertezze delle indagini o delle contraddizioni della politica. Qualcuno che sappia semplicemente cosa è giusto.
Il problema è che questa figura funziona meravigliosamente finché rimane sulla carta.
Perché nel mondo reale non avremmo alcun narratore onnisciente pronto a dirci che l’uomo dietro la maschera è davvero l’eroe.
E qui forse, si nasconde l’unica vera morale di questo medium narrativo: possiamo cercare di fare la cosa giusta, possiamo persino considerarci gli eroi della storia.
Potremmo essere assolutamente convinti di usare i nostri poteri per una nobile causa, di agire nel nome di ciò che riteniamo giusto.
Ma c’è una cosa che non dovremmo mai dimenticare: nel mondo reale, nessuno di noi può avere la certezza di essere il buono della storia.

BIBLIOGRAFIA
- Max Weber, La politica come professione (1919);
- Stephen E. Henderson, Daredevil: Legal (and Moral?) Vigilante (2017);
- Jason Bainbridge, “This is the Authority. This Planet is Under Our Protection”: An Exegesis of Superheroes’ Interrogations of Law (2007);
- Timothy D. Peters, Daredevil as Legal Emblem (2020);
- Nickie D. Phillips & Staci Strobl, Cultural criminology and kryptonite (2006);
- Brandon Bosch, “Why So Serious?” Threat, Authoritarianism, and Depictions of Crime, Law, and Order in Batman Films (2016);
- Travis Dumsday, On Cheering Charles Bronson: The Ethics of Vigilantism (2010);

Andrea Bardine
Appassionato da sempre di lettura e scrittura. scrive di storia dell’evoluzione sociale e antropologica per comprenderne l’influenza sulla quotidianità contemporanea.
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Raffaella