COSA SUCCEDE ALLA MORALE QUANDO LA REALTA’ DIVENTA RAPPRESENTAZIONE?
La rappresentazione rende presente qualcosa attraverso qualcos’altro: media un evento, una persona o un’esperienza per chi non li vive direttamente. Ma la realtà rappresentata non coincide mai con quella vissuta. Cosa accade al nostro giudizio morale quando la realtà ci arriva sempre più attraverso la rappresentazione?

COME L’ESPERIENZA DIVENTA RAPPRESENTAZIONE
Un uomo viene colpito durante una manifestazione. Una città viene bombardata. Un’automobile travolge qualcuno. Una persona piange davanti alle macerie della propria casa.
Per gran parte di noi questi eventi non esistono anzitutto come esperienze, ma come immagini.
Li vediamo attraverso lo schermo di un telefono, inseriti tra una pubblicità e una fotografia, accompagnati da un titolo, ritagliati in un video di trenta secondi, ripresi da una determinata angolazione.
Possiamo guardarli, interromperli, rivederli, condividerli e commentarli. Pochi istanti dopo possiamo passare a qualcosa di completamente diverso.
La sofferenza rimane reale. Ciò che cambia è il nostro rapporto con essa.
Nel 1967 Guy Debord affermava che nelle società moderne, lo spettacolo non consisteva più nella proliferazione delle immagini, ma in un rapporto con il mondo sempre più mediato da esse.
“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”
Guy Debord, La società dello spettacolo.
A quasi sessant’anni di distanza, questa intuizione sembra aver assunto una dimensione che Debord difficilmente avrebbe potuto immaginare: non assistiamo soltanto alla rappresentazione della realtà.
Viviamo in un ambiente nel quale essere rappresentato è diventato uno dei modi principali attraverso cui un evento acquisisce rilevanza pubblica.
Ma se il nostro accesso alla realtà passa sempre più attraverso la sua rappresentazione, che cosa accade al nostro giudizio morale?
LA DISTANZA DELLO SPETTATORE
Il problema non nasce con Internet.
Giornali, fotografia, radio e televisione sono tutti media che hanno progressivamente permesso agli individui di conoscere eventi avvenuti a migliaia di chilometri di distanza.
Per la prima volta nella storia, un numero senza precedenti di persone hanno potuto osservare quasi quotidianamente guerre, carestie, omicidi e catastrofi di cui prima sarebbero state completamente all’oscuro.
Da questa possibilità è derivato un enorme ampliamento del nostro orizzonte morale.
Possiamo indignarci per la sofferenza di persone che non abbiamo mai incontrato.
Possiamo conoscere ingiustizie commesse dall’altra parte del pianeta. Possiamo riconoscere come moralmente rilevante qualcosa che, in un’altra epoca, sarebbe rimasto completamente estraneo alla nostra esperienza.
Questa accresciuta consapevolezza di ciò che accade nel mondo porta però con sé un problema.
Luc Boltanski, nel suo “Lo Spettacolo del dolore”, si interroga proprio sulla strana posizione dello spettatore che osserva da lontano la sofferenza altrui.
Vedere qualcuno soffrire, porta con sé una implicita richiesta morale: agire.
Se vediamo una persona ferita sul ciglio della strada, la distanza tra osservazione e azione è minima. Possiamo fermarci, chiamare aiuto, intervenire.
Ma cosa significa vedere la stessa sofferenza attraverso uno schermo quando avviene a migliaia di chilometri da noi?
Sappiamo, ma non siamo presenti.
Assistiamo, ma non partecipiamo.
È in questa separazione che nasce la figura contemporanea dello spettatore morale: un individuo esposto continuamente a situazioni che richiederebbero una risposta, ma rispetto alle quali possiede possibilità d’azione estremamente limitate o spesso nulle.
QUANDO IL DOLORE DIVENTA IMMAGINE
Susan Sontag affrontò questo problema partendo dalla fotografia.
Un’immagine di sofferenza può avere una straordinaria forza morale. Può rendere visibile ciò che qualcuno vorrebbe nascondere, trasformare una tragedia lontana in qualcosa di immediatamente comprensibile, attribuire un volto a ciò che altrimenti rimarrebbe una statistica.
Ma l’immagine compie inevitabilmente anche un’altra operazione: trasforma un evento in qualcosa che può essere osservato.
Una fotografia di guerra può contemporaneamente essere testimonianza di un orrore e una composizione visivamente straordinaria. Possiamo essere sconvolti da ciò che rappresenta e, nello stesso momento, riconoscerne la bellezza fotografica.
“Per molto tempo alcuni hanno creduto che, se l’orrore fosse stato mostrato in modo abbastanza vivido, la maggior parte delle persone avrebbe finalmente compreso l’assurdità, la follia della guerra.”
Susan Sontag, Regarding the Pain of Others
Qui emerge una tensione difficile da eliminare.
Nel momento in cui la sofferenza diventa rappresentazione, può diventare anche racconto, simbolo, estetica.
Una città distrutta può trasformarsi in una fotografia memorabile. Una manifestazione in una sequenza spettacolare. Il volto disperato di una persona in un’immagine capace di vincere premi, circolare sui giornali ed essere riprodotta migliaia di volte.
Nulla di tutto questo rende falsa la sofferenza rappresentata.
Ma ne modifica l’impatto che investe lo spettatore.
Non siamo davanti alla persona che soffre. Siamo davanti all’immagine della persona che soffre.
E possiamo distogliere lo sguardo.
L’ABITUDINE ALL’ORRORE
Esiste poi un secondo problema: la ripetizione.
Sontag aveva osservato già negli anni Settanta come l’esposizione continua alle fotografie della sofferenza producesse un effetto paradossale. Le immagini permettono di conoscere l’orrore, ma la loro moltiplicazione può contemporaneamente renderlo familiare.
La prima immagine ci mette di fronte ad un evento nuovo e ci sconvolge.
La decima ci investe completamente con il suo carico emotivo.
La centesima rischia di diventare un semplice post da scrollare via.
Non necessariamente perché siamo diventati persone peggiori, ma perché la nostra attenzione e la nostra capacità emotiva non sono infinite.
Il problema della società contemporanea potrebbe allora non essere l’assenza di immagini della sofferenza, ma esattamente il contrario: la loro abbondanza.
Ogni giorno possiamo essere esposti alle immagini di guerre, incidenti, omicidi, disastri naturali, violenze e tragedie individuali provenienti da ogni parte del pianeta.
A ciascuna di esse sembra essere richiesta una reazione.
Indignati.
Commuoviti.
Condividi.
Condanna.
Ma immediatamente dopo arriva qualcos’altro.
La tragedia non termina: viene semplicemente sostituita da un’altra rappresentazione.
L’evento reale continua a esistere mentre la sua immagine scompare dal nostro campo visivo.

CIÒ CHE NON VEDIAMO
Esiste però una conseguenza ancora più profonda.
Se la rappresentazione determina ciò che vediamo, determina inevitabilmente anche ciò che non vediamo.
Judith Butler ha affrontato questo problema attraverso il concetto di frame, la cornice attraverso cui una vita e la sua sofferenza diventano comprensibili.
Non tutte le morti vengono raccontate nello stesso modo.
Di alcune vittime conosciamo il nome, il volto, la famiglia e la storia. Vediamo fotografie della loro infanzia. Ascoltiamo le testimonianze dei parenti. Impariamo a riconoscerle come individui.
Altre morti ci raggiungono come numeri.
«Trenta morti.»
«Cento vittime.»
«Migliaia di dispersi.»
La differenza è moralmente enorme.
Una vita raccontata possiede un volto, una biografia, dei desideri. Una vita ridotta a numero rischia di diventare un’astrazione.
La rappresentazione, quindi, non si limita a mostrarci la realtà: la organizza.
Stabilisce chi appare vicino e chi lontano, chi vittima e chi minaccia, quale dolore meriti una storia e quale possa essere condensato in una statistica.
Il problema morale della rappresentazione non riguarda allora soltanto la verità o la falsità delle immagini.
Riguarda la selezione.
Perché mentre discutiamo continuamente di ciò che viene mostrato, molto più difficilmente possiamo indignarci per ciò che rimane al di fuori del nostro sguardo.
QUANDO LA REALTÀ IMPARA A COMPORTARSI COME UN’IMMAGINE
Con i social network si verifica però un ulteriore passaggio.
Non ci limitiamo più a rappresentare gli eventi dopo che sono avvenuti. La possibilità della rappresentazione entra nel modo stesso in cui li viviamo.
Filmiamo mentre qualcosa accade.
Fotografiamo ciò che mangiamo.
Registriamo manifestazioni, incidenti, concerti, aggressioni, matrimoni e funerali.
La presenza potenziale di uno spettatore futuro accompagna sempre più spesso l’esperienza presente.
Jean Baudrillard utilizzava il concetto di iperrealtà per descrivere la condizione nella quale immagini e segni non si limitano più a rappresentare il reale, ma finiscono per sostituirsi ad esso, dissolvendo progressivamente il confine tra realtà e rappresentazione.
Un evento oggi può essere organizzato pensando anticipatamente alle immagini che produrrà.
Un gesto politico può essere compiuto per essere filmato.
Una protesta può cercare l’immagine simbolica che circolerà sui media.
Persino un gesto altruistico può essere contemporaneamente un’azione reale e la produzione della rappresentazione pubblica di quell’azione.
Non significa necessariamente che il gesto sia falso.
Significa qualcosa di più interessante: realtà e rappresentazione cominciano a influenzarsi reciprocamente.
Non rappresentiamo soltanto ciò che facciamo.
Cominciamo a fare anche ciò che può essere rappresentato.

DALL’AZIONE ALLA REAZIONE
È forse qui che la questione diventa propriamente morale.
Tradizionalmente immaginiamo la morale come qualcosa che riguarda soprattutto l’azione: davanti a una determinata situazione dobbiamo decidere se agire e, nel caso, che cosa fare.
Ma lo spettatore contemporaneo si trova molto più spesso davanti a una scelta differente: deve decidere come reagire alla rappresentazione dell’azione altrui.
Condannare.
Approvare.
Commentare.
Condividere.
Ignorare.
La nostra esperienza morale rischia così di spostarsi progressivamente dal fare al giudicare.
Possiamo trascorrere ore indignandoci per guerre alle quali non partecipiamo, discutendo di crimini avvenuti in paesi che non visiteremo mai, pronunciandoci sulle azioni di persone che non incontreremo mai.
Non si tratta necessariamente di un comportamento inutile. Boltanski sottolinea che persino parlare pubblicamente della sofferenza può costituire una forma di coinvolgimento.
Ma la rappresentazione rischia di portarci a non essere in grado di distinguere tra esprimere una posizione morale, ovvero come manifestiamo ciò che riteniamo giusto o sbagliato, e compiere un’azione morale, ovvero come traduciamo quel giudizio in un comportamento capace di intervenire concretamente sulla realtà.
“È prendendo la parola che lo spettatore può preservare la propria integrità quando, posto di fronte alla sofferenza, è chiamato ad agire in una situazione nella quale l’azione diretta è difficile o impossibile.”
Luc Boltanski, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica.
LA MORALE DELLO SPETTATORE
Forse, allora, la rappresentazione non ci rende necessariamente più crudeli o più indifferenti, ma genera qualcosa più complesso e ambiguo.
Ha ampliato enormemente il numero di persone verso cui possiamo provare empatia, ma ha contemporaneamente aumentato la distanza che ci separa da loro.
Ci permette di assistere e conoscere realtà che, in passato, ci sarebbero rimaste inaccessibili, ma inevitabilmente decide anche ciò che rimarrà fuori dall’inquadratura.
Eventi di guerra, pubblicità, una battuta e una tragedia possono susseguirsi all’interno dello stesso spazio visivo, alla distanza di pochi secondi, abituandoci alla nostra condizione di semplici spettatori.
Forse è proprio questa la trasformazione più importante.
Il rischio non è perdere la capacità di distinguere il bene dal male, ma di accettare passivamente di essere semplici osservatori degli eventi.
Pertanto, quando la realtà diventa rappresentazione, la grande domanda morale non è più soltanto che cosa è giusto fare?
Diventa anche:
come possiamo essere responsabili di fronte a qualcosa che possiamo vedere, ma che abbiamo imparato soprattutto a guardare?
“La compassione è un sentimento instabile. Deve tradursi in azione, altrimenti si esaurisce.”
Susan Sontag, Regarding the Pain of Others.

BIBLIOGRAFIA
• Susan Sontag, – Davanti al dolore degli altri (2003);
• Guy Debord – La società dello spettacolo (1967);
• Luc Boltanski – Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica (1999);
• Judith Butler – Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto (2009);
• Jean Baudrillard – Simulacra e simulation (1981);

Andrea Bardine
Appassionato da sempre di lettura e scrittura. scrive di storia dell’evoluzione sociale e antropologica per comprenderne l’influenza sulla quotidianità contemporanea.
Leggi altri articoli ➝
Scopri di più sul cinghiale ➝
Contatti
filosofocinghiale@gmail.com
Instagram: @andreabardine
